
Articolo di Massimo Casprini
Il 10 marzo scorso lo Stato italiano ha acquistato – per trenta milioni di euro dai proprietari fiorentini – il Ritratto di Maffeo Barberini. Un’opera intorno la quale si era creato un mistero perché se ne erano perse le tracce dagli anni Trenta del secolo scorso quando la collezione Barberini di Roma fu smembrata e il quadro sembrava svanito nel nulla.
Nel 1963, l’occhio esperto di Roberto Longhi – la cui fondazione ha sede in via Benedetto Fortini a Firenze – individuò l’opera nel negozio di un antiquario fiorentino riconoscendola come del Caravaggio. Da allora, il quadro non è mai stato prestato dai proprietari per delle mostre e soltanto pochi studiosi l’hanno potuto vedere in forma privata.
Dopo quasi due anni di trattativa per l’acquisto da parte dello Stato, finalmente l’atto è stato concluso e la preziosa opera del Caravaggio resterà in Italia e verrà esposta in permanenza nel palazzo Barberini a Roma. Tutto si conosce di Maffeo Barberini. Nacque nel 1568 nel palazzo Tafani da Barberino in borgo de’ Greci a Firenze da Antonio e Cammilla Barbadori – ironia della storia: erano vicini di casa dei Galilei. Nello stemma campeggiavano tre tafani e una forbice da tosatore, ma con l’inurbamento e la grande ascesa nella società fiorentina la famiglia riuscì a sostituire i fastidiosi tafani con le api e a cambiare il cognome in Barberini.
Nel 1606 Maffeo fu nominato cardinale e nel 1623 fu eletto Papa col nome di Urbano VIII. Morì nel 1644 e fu sepolto in San Pietro. Fu uno dei pontefici più ambiziosi della Chiesa che non esitò a distruggere testimonianze archeologiche per creare piazze, fontane e bellissimi palazzi a Roma. Fu uno dei mecenati di Caravaggio e fu anche molto discusso per il suo incontrollato nepotismo. È ricordato come il principale responsabile della condanna inflitta a Galileo Galilei dalla Santa Inquisizione.
Ma ben pochi sanno che fu un “Pastore Antellese”.
Negli ultimi trent’anni abbiamo scritto e pubblicato articoli, saggi e libri sull’Accademia arcadica dei Pastori Antellesi che fu fondata da Piero de’ Bardi e da altri nobili fiorentini nella sua villa “Balatro” nel 1599, ben cento anni prima della famosa Accademia dell’Arcadia che si formerà a Roma intorno a Cristina di Svezia.
Di questa compagnia facevano parte giovani letterati, poeti e artisti delle migliori casate fiorentine i quali possedevano ville nei dintorni di Antella, i quali incaricarono Michelangelo Buonarroti il Giovane di scrivere i loro eventi e la loro storia che iniziò così: «I Pastori Antellesi furono una conversazione di gentiluomini nella Villa dell’Antella, la quale fu adunata la prima volta circa l’anno 1599, dove intervenivano quelli che avevano le ville quivi intorno, e furono al più sette o otto i quali erano di più o di meno. Era Marcello Adriani, Francesco de’ Medici, il sigre Piero de’ Bardi, Niccolò e Maffeo che fu poi papa Urbano VIII Barberini, Lelio Giraldi e pochi altri» (Poema eroico di Pastori Antellesi, vol. 79, cc. 94-143, Casa Buonarroti, Firenze).
Quindi, Maffeo e il fratello Niccolò furono tra i promotori di quell’Associazione in quanto possedevano all’Antella «la Villa del Calandro, detta dal Conte Lorenzo Magalotti Belmonte, che già fu della Famiglia de’ Barberini» dal 1570 e che tennero fino al 1590.
Bindo Simone Peruzzi – uno dei fondatori dell’Accademia La Colombaria nel Settecento – scrisse che nel parco della villa «vi era un cipresso piantato di propria mano dal Pontefice Urbano VIII, come si sa per tradizione, che fu fatto tagliare pochi anni sono da’ Signori Venturi moderni possessori di detto luogo» (Spogli del Domestico, ms. 1741, vol. I, cc. 858-80, La Colombaria).

Nell’Arcadia antellese – che era stata creata per cercare gioia e serenità e per condurre la bella vita in un fantastico ritorno alla vita pastorale e alla purezza della natura – Maffeo ebbe modo di esprimere la sua intelligenza e accortezza con un parlare arguto, spiritoso, motteggiatore e con qualche vena poetica, come del resto richiedeva la brigata che si era ingrandita con più di trenta componenti. Maffeo, con alcuni Pastori Antellesi, frequentava e ammirava Galileo Galilei per i suoi studi e le sue idee, seguendo anche le lezioni che teneva a Pisa.
Quando morì la madre di Galileo nel 1620, gli inviò una lettera in cui gli esprimeva stima e affetto e in un’altra lo esortava ad aver cura della propria salute «perché gli huomini come ella è di gran valore meritano di vivere a lungo, a beneficio publico». E ancora nel 1624 scrisse al granduca di Toscana «finché durerà in Cielo lo splendore di Giove, Galileo ne caverà tal lode, che durerà quanto la memoria dei tempi suoi. Noi già da tempo ci stringiamo con amore paterno a un sì grande uomo, la cui fama risplende [e] ci fu caro ascoltarlo ripetutamente».
In quegli anni Maffeo praticò anche quel «cavalleresco esercizio» che fu il calcio fiorentino, ma ben presto dovette abbandonare il convivio di amici antellesi per seguire la carriera ecclesiastica che lo portò a essere cardinale e poi Papa. «Sospirando – racconta sempre il Buonarroti – la sua ventura, dalle Toscane regioni togliendolo il dovea colà trasportare ove come in universal patria tra i sette colli tutti gli huomini son cittadini, sotto l’imperio presente di quel pastore che per lo favore delle propizie sue stelle in altissimo trono si asside» (Archivio Buonarroti, Prose varie III, vol. 90, c. 5r).
Purtroppo, i tempi non erano ancora maturi per accettare le opinioni copernicane del Galilei contrarie alle Sacre Scritture e verso di lui si alimentarono invidie e gelosie, ma soprattutto si mosse la Chiesa con le inquisizioni del cardinale Bellarmino ed anche il Papa, forse per “ragion di stato”, cambiò atteggiamento e opinione nei confronti dell’amico “Pastore”.
Vani furono i tentativi dei vecchi amici Pastori Antellesi Michelangelo Buonarroti il Giovane e Filippo Magalotti che più volte si recarono dal Papa e dai vari cardinali Barberini a perorare la causa del Galilei che era stato come una luce per tutti loro. Nel 1633, dopo un lungo processo durante il quale Urbano VIII tenne un contegno di personale avversione verso lo scienziato, fu emessa la sentenza dal Tribunale della Santa Inquisizione per sospetta eresia e abiura delle sue concezioni astronomiche.
Se Maffeo Barberini avesse continuato a frequentare l’allegra brigata dei Pastori Antellesi – che si sciolse nel 1635 forse proprio in seguito all’incresciosa vicenda di Galileo – probabilmente la storia sarebbe stata diversa. Chi lo può dire?

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