
Truffatori come i pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati.
Questa storia, che vede i malviventi raggirati dalla stessa vittima che volevano raggirare, comincia ieri mattina in un appartamento di via della Torricella, all’Antella. Quando squilla il telefono di casa ci sono Lorenzo e la moglie Agata (nomi di fantasia). Risponde lui. «Siamo i carabinieri — dice una voce all’altro capo del filo —, la informiamo che abbiamo arrestato due cittadini albanesi per furto in abitazione e un terzo complice è ricercato. Dalla targa, l’auto con la quale si spostava la banda risulta intestata a lei e all’interno abbiamo trovato un tesserino con il suo codice fiscale. Deve presentarsi subito al distaccamento nel piazzale degli Uffizi per chiarire la sua posizione». Lorenzo è perplesso e spiega che quel modello di auto non gli appartiene. Il sedicente carabiniere lo tranquillizza, ma solo in parte: gli dice che sanno perfettamente che molto probabilmente la targa e il tesserino sono falsi ma che, proprio per questo, occorre che lui si presenti immediatamente. Da solo, specifica il militare. «Il tempo di arrivare dall’Antella», risponde l’uomo.
Messo giù il telefono, la coppia fa un rapido controllo del numero da cui è arrivata la chiamata: corrisponde davvero a quello dei carabinieri (ormai i malviventi usano software che permettono di far comparire sul display del destinatario il numero voluto). Lorenzo esce di casa, sale in auto e si avvia verso Firenze. Dopo una mezz’ora, nell’abitazione dell’Antella squilla nuovamente il telefono. Risponde Agata, rimasta sola. Il finto carabiniere le spiega che il marito è sotto interrogatorio da parte del magistrato e che la banda ha compiuto ingenti furti di soldi e gioielli. Per questo motivo, aggiunge, occorre che lei descriva i preziosi che ha in casa, comunichi l’ammontare dei contanti, metta tutto in un sacchetto e lo consegni a un’addetta del tribunale — di cui fornisce nome e numero di matricola — che si presenterà a momenti alla sua porta. Questo, a dire del truffatore, servirebbe a confrontare la descrizione dei beni con quella fatta dal marito, escludendo così che i gioielli di famiglia siano parte del bottino della banda.
Agata sospetta che ci sia qualcosa di irregolare, ma è in ansia per il marito. Dice di non fidarsi di una telefonata che appare da un numero “sconosciuto”. Il truffatore, astuto, acconsente a richiamarla dal numero dell’ufficio che, di nuovo, sul display appare come quello autentico dell’Arma. Ma la donna ancora tentenna e chiede di parlare direttamente con il consorte. «Non è possibile — è la risposta —, il magistrato lo sta interrogando proprio ora». Il malvivente si offre allora di richiamarla dal cellulare del marito per rassicurarla che sia tutto in regola.
Nel frattempo Lorenzo è arrivato agli Uffizi, ma il truffatore lo blocca al telefono: «Attenda in auto perché nei nostri uffici sono arrivati i parenti degli arrestati, è un momento concitato e anche pericoloso. Le dico io quando presentarsi». Lo scopo della nuova bugia è ovvio: evitare qualsiasi contatto tra moglie e marito che possa svelare il bluff.
Intanto, l’interlocutore di Agata le annuncia che l’addetta del tribunale è ormai sotto casa. Troppe stranezze. La donna è ormai convinta di essere finita nel mirino di una banda di truffatori e decide di prendere tempo. «Mi sono agitata, mi sento male, devo andare con urgenza in bagno, mi dia cinque minuti», dice all’uomo. In realtà, usa un altro telefono per chiamare immediatamente il 112, spiegando rapidamente cosa sta accadendo: «C’è già una donna al mio cancello», dice allarmata.
Dalla centrale operativa arriva la rassicurazione che una pattuglia sta per giungere sul posto ma, nel frattempo, lei deve inventarsi qualcosa per guadagnare altri minuti. Agata torna al telefono con il truffatore e gli rifila una nuova, clamorosa scusa: «Sto male, non sono riuscita ad arrivare in tempo in bagno e me la sono fatta addosso. Non posso far entrare l’addetta del tribunale in queste condizioni, mi devo prima lavare e cambiare». Una recita da attrice consumata. Il truffatore non mangia la foglia e accetta di attendere, mentre la complice davanti al cancello, per non dare troppo nell’occhio, si allontana.
Poco dopo arrivano i carabinieri della stazione di Bagno a Ripoli, guidati dal comandante Francesco Pulcrano. Si appostano in giardino e concordano la strategia con la donna: al loro cenno, lei consegnerà il sacchetto con i gioielli alla finta emissaria del tribunale. Per non correre alcun rischio, però, Agata nel sacchetto inserisce soltanto le scatole vuote dei suoi preziosi. La finta addetta, una giovane donna con accento meridionale, si presenta al cancello pochi istanti dopo. I carabinieri fanno il segnale pattuito, la donna consegna il sacchetto e la truffa si consuma formalmente. È a quel punto che i militari escono allo scoperto. La truffatrice tenta di scappare a bordo di un’auto guidata da una complice che l’attendeva poco distante, ma la fuga dura pochissimo: entrambe vengono fermate e identificate. «I carabinieri sono stati rassicuranti e bravissimi — ci tiene a precisare la vittima mancata —. In ogni momento mi sono sentita protetta».

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