
La puzza dell’alluvione. Non il puzzo, che è qualcosa di più identificabile, ma una «puzza» nata da un cocktail mefitico di acqua, fango e nafta. Tanta nafta. Era il “fiato” dell’alluvione. Il mio ricordo di quei giorni drammatici passa soprattutto dall’olfatto.
Avevo 11 anni. Vivevo con la mia famiglia in via Bolognese, in una zona elevata rispetto alla città. L’acqua dell’Arno non arrivò neanche vicino a casa nostra. Eppure ricordo bene le cene a lume di candela, non per romanticismo ma perché mancava la corrente. Le pentole appostate nella vasca da bagno, in attesa di qualche stilla d’acqua. Le code con le taniche quando arrivava l’autobotte del Comune.
Ricordo anche la preoccupazione per i miei nonni, che abitavano in San Frediano, anche se per fortuna non ai piani bassi. E per gli zii che vivevano in via Ghibellina, una delle strade dove l’acqua aveva raggiunto i sei metri di altezza.
Ma il ricordo più nitido è un altro. È quel fetore che attanagliava la gola quando, un paio di giorni dopo l’alluvione, l’Arno era ormai rientrato nel suo alveo, attraversai il centro di Firenze con la mamma.
La città era diventata improvvisamente monocromatica. Strade, negozi, vetrine, portoni, detriti, automobili, muri: tutto aveva assunto lo stesso colore, un plumbeo marrone tendente al grigio. Come se qualcuno avesse passato una mano di vernice sporca su ogni cosa.
Con una granata in mano, mi misi a spingere fuori la melma dalla bottega dello zio di mia madre, in via Tornabuoni. Era un grande salone di parrucchiere per signora, «Valentino», dove si realizzavano le acconciature più alla moda. Un luogo elegante, scintillante, che le acque impazzite avevano letteralmente violentato. «… e mentre cerchi di restare a galla / l’Arno trabocca laggiù dalla falla / corre veloce per via Tornabuoni / al Davidde lava fremente i coglioni…».
Era un ambiente pieno di specchi, vetrine, profumi. Tutto sparito, spezzato, distrutto, cancellato. Ricordo i caschi, sotto i quali le signore infilavano la testa, con i bigodini colorati, storpiati dalla furia della piena. E le grandi poltrone di pelle, ammucchiate in quello che sembrava un improvvisato cimitero di oggetti.
E poi quell’odore. La puzza, appunto, che mozzava il fiato. La nafta, allora utilizzata per il riscaldamento, era uscita dalle cisterne e si era mescolata con l’acqua e il fango, dando vita a una mistura nauseabonda. Una miscela che aveva lasciato sui muri della città una traccia indelebile, una sorta di firma compiaciuta dello sfregio appena compiuto.
Ma soprattutto aveva impregnato l’aria di un afrore penetrante, opprimente, impossibile da dimenticare.
Anche sessant’anni dopo.

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