
«Le colline non si toccano». È il messaggio che il sindaco di Bagno a Ripoli, Francesco Pignotti, affida alla sentenza con cui il Tar della Toscana ha dato ragione al Comune nella vicenda del bosco di Candeli, respingendo il ricorso dei proprietari contro il diniego all’abbattimento di centinaia di alberi per realizzare un pascolo.
Dopo la pubblicazione della sentenza, di cui QuiAntella ha già ricostruito contenuti e motivazioni (vedi articolo), l’Amministrazione comunale rivendica la scelta compiuta e legge il pronunciamento come una conferma della propria politica di tutela del paesaggio.
«Siamo soddisfatti – afferma Pignotti –. Questa sentenza rappresenta un’altra certificazione della bontà della nostra linea amministrativa. È legittimo che un privato presenti una richiesta, ma noi sosteniamo chi il territorio lo mantiene e lo cura, non chi vuole trasformarlo in un modo che sulle nostre colline non deve essere consentito. Per questo non abbiamo rilasciato l’autorizzazione e abbiamo difeso la nostra decisione davanti al Tar».
Per il sindaco non si tratta di un episodio isolato, ma di una precisa scelta politica.
«La tutela delle colline è lo stesso principio che ci ha portato a fermare il progetto della Scuola Americana, a promuovere interventi di depaving e, più in generale, a mettere il paesaggio al centro delle nostre decisioni. Bagno a Ripoli può continuare a crescere, ma senza stravolgere il suo patrimonio ambientale. Le colline e il paesaggio non si toccano, almeno non in questo modo».

Pignotti ricorda anche il valore simbolico del luogo interessato dall’intervento.
«Il Pian della Cita è uno degli affacci più belli su Firenze, una vera terrazza naturale. La sentenza del Tar contribuisce a preservare uno degli scorci più preziosi del nostro territorio».
A entrare nel merito dell’istruttoria è il dirigente dell’Ufficio Governo del Territorio, Nino Gandolfo, che evidenzia come il progetto presentato non fosse accompagnato da un reale piano di sistemazione agricola.
«Non è mai stato presentato un progetto di sistemazione agricola. L’intenzione dichiarata era quella di creare un pascolo per alcune caprette, che poi non sappiamo nemmeno che fine abbiano fatto. In realtà ci trovavamo davanti a un bosco vero, formato da querce e lecci cresciuti in circa settant’anni».
Ma il passaggio che l’architetto Gandolfo considera più importante riguarda il ruolo dell’amministrazione pubblica.
«Questa sentenza sancisce un principio fondamentale: il Comune non è un passacarte. Avevamo il parere favorevole della Commissione per il paesaggio e quello della Soprintendenza. Se come dirigente fossi un semplice passacarte avrei firmato. Invece, conoscendo bene quel luogo, ho deciso col sindaco di approfondire l’istruttoria, rimandando la pratica in Commissione. Abbiamo chiesto fotografie corrette e una rappresentazione fedele dello stato dei luoghi. Solo così è emerso che il contesto non era stato raccontato fino in fondo».
Una ricostruzione che trova piena corrispondenza nella sentenza del Tar, che ha riconosciuto la correttezza dell’operato del Comune e il diritto dell’Amministrazione a svolgere una valutazione autonoma sull’impatto dell’intervento, andando oltre una verifica puramente formale della documentazione.

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